Intervista a Emmanuele Panzarini

Sei un fotografo, scultore e visual artist, ma qual è l’ambito tra questi nel quale ti riconosci di più?

Sono laureato al Dams di Padova, triennale e specialistica, con indirizzo Cinema e Spettacolo. All’inizio del mio percorso formativo la mia ispirazione era quella di diventare un regista. Mi interessava infatti l’idea di poter coniugare le immagini e i suoni in uno stesso medium. Durante la magistrale, dopo aver vinto la borsa di studio Erasmus, mi sono trasferito per un anno a Bilbao. Proprio in questa città è iniziata la mia passione per la fotografia.

Da quell’esperienza è nato il progetto fotografico Blue Sky Project.

Un volume che raccoglie più di 200 fotografie, scattate con un cellulare, in 30 differenti città spagnole tra cui: Madrid, Barcellona, Bilbao, Cordoba, Burgos o Zaragoza.

Successivamente ho sviluppato altri progetti fotografici dove l’architettura non era solo il soggetto predominante, ma anche il mezzo per interpretare lo spazio che ci circonda. I luoghi da me scelti sono stati il Giappone e New York. In questi lavori l’immagine e il supporto avevano egual importanza per il concept del progetto. La mia ricerca artistica infatti mirava ad utilizzare strumenti non convenzionali come cellulari, macchine usa e getta e scanner. Inoltre volevo approfondire le molteplici tecniche di stampa che consentissero di coniugare immagine e materia.

Per il progetto Visions from the Future ad esempio, sviluppato nelle città di Tokyo, Kyoto e Osaka, la scelta del supporto fotografico cadde su delle lastre di alluminio con una dimensione di 100×150 cm. Una particolare tecnica di stampa mi ha consentito di non utilizzare il colore bianco. Nelle zone più chiare dell’immagine quindi, era possibile percepire la materia stessa, che veniva data dalle diverse gradazioni di grigio. L’alluminio dialogava perfettamente con le architetture giapponesi, caratterizzate da materiali quali vetro, acciaio e cemento.

La presentazione nei miei lavori ha sempre avuto un tratto distintivo. Questa prerogativa con il passare del tempo si è pertanto ampliata e modificata, portandomi a realizzare interventi artistici di grandi dimensioni negli spazi pubblici. Le installazioni infatti mi permettono di poter entrare in stretto contatto con il pubblico sia durante la realizzazione che nel periodo di esposizione. La fotografia generalmente invece può essere fruita solo all’interno di gallerie e spazi museali. Inoltre, la scelta di lavorare all’esterno è data dalla possibilità di interagire con un pubblico molto ampio ed eterogeneo dal punto di vista anagrafico, culturale e a livello di sensibilità.

Per la loro natura effimera, è fondamentale fotografare e filmare i miei lavori. In quanto voglio dare la possibilità a tutte quelle persone che non hanno potuto visitarli di persona, di rivederli in un secondo momento.

 

Qual è la finalità delle tue opere e il fil rouge che le lega?

All’inizio, quando ho realizzato i primi progetti fotografici, l’architettura era un linguaggio che interpretavo per trasmettere le sensazioni percepite in un determinato luogo. Lavorando con le installazioni, l’obbiettivo principale è invece quello di entrare in contatto con l’osservatore e riuscire a coinvolgerlo nei miei lavori. Per questo motivo in alcune opere utilizzo dei colori accesi che possano “emergere” dal contesto di riferimento, soprattutto se urbano. In questo processo creativo, l’istinto e le sensazioni che percepisco quando visito lo spazio prescelto per una nuova installazione, sono molto importanti ed essenziali per potere immaginare l’opera.

Il comune denominatore di tutte le mie installazioni è dunque quello di riuscite a stimolare il pubblico. E porre allo stesso degli interrogativi sia a livello estetico, sia socio-culturale di forte rilevanza e attualità.

“L’arte deve poter essere uno strumento di discussione e confronto tra le persone”.

 

Qual è l’opera alla quale sei più affezionato?

L’installazione che ha segnato un punto di svolta nel mio percorso artistico è stata sicuramente l’opera Mare Nostrum. Realizzata nell’estate del 2015 a Trieste. Nell’ambito della rassegna “Varcare la frontiera”, promossa da Cizerouno e dalla decima edizione di Artefatto, l’installazione riprende il nome dell’operazione umanitaria, che ha tratto in salvo migliaia di migranti in fuga dalla guerra e dalla disperazione.

L’opera era costituita da una ventina di materassini posizionati nelle acque del canale di Ponterosso. Sui quali sono state disegnate delle sagome nere molto simili a quelle che vengono tracciate sull’asfalto per indicare la posizione del corpo di una persona deceduta. Un contrasto che ha messo in relazione la spensieratezza dell’estate, rappresentata dal materassino fluorescente, con la tragedia della morte, racchiusa simbolicamente nel tratto nero di questi venti profili anonimi.

Nel punto più a nord del Mar Adriatico, in una città che trova nel rapporto con il mare e con l’estate uno dei suoi tratti d’identità, il materassino gonfiabile dai colori accesi, simbolo delle vacanze e di spensieratezza, viene segnato da un profilo nero. L’installazione, una distesa di colori sgargianti, cattura lo sguardo e la curiosità del pubblico da lontano. Come in un miraggio estivo però le sensazioni cambiano repentinamente all’avvicinarsi dell’osservatore. Le silhouette nere, sempre più nitide, mettono a disagio, creano sconcerto e pongono interrogativi.

Emmanuele Panzarini, MARE NOSTRUM, site-specific installation,(solo exhibition), Canale Ponterosso, Trieste. all rights reserved © Emmanuele Panzarini
Emmanuele Panzarini, MARE NOSTRUM, site-specific installation,(solo exhibition), Canale Ponterosso, Trieste. all rights reserved © Emmanuele Panzarini.

 

In diverse installazioni come: New Land, Waves, Floating Flowers, troviamo gli ombrelli come oggetto ricorrente. Come mai? Assumono per te un qualche significato specifico?

Innanzitutto vorrei precisare che nelle mie opere cerco sempre di rinnovarmi. Immagino interventi artistici diversi in base al luogo in cui vengono esposti. Infatti per coinvolgere il pubblico, progetto dopo progetto, devo essere io stesso a trovare nuovi stimoli e idee per realizzare le mie installazioni.

Per quanto riguarda gli ombrelli, il tutto nasce con la mia prima installazione ambientale, New Land. 

Realizzata nel 2014 a Porto Tolle in provincia di Rovigo. L’opera era costituita da più di 300 ombrelli inseriti nel terreno. Questi ricreavano concettualmente uno specchio d’acqua per ricordare, e ricordarci, che poco meno di qualche secolo addietro, il mare ricopriva quelle aree. Ho voluto rendere omaggio alle terre emerse del Polesine, civiltà di pescatori e agricoltori, attraverso un intervento di land art. Questo mi ha permesso di ricordare come la morfologia di questo territorio sia in costante mutamento, un delicato equilibro dunque da preservare e tutelare. L’installazione rappresentava una metonìmia visiva.  L’acqua del Po e del mare, che lambisce questi territori, è stata sostituita dall’ombrello. Un elemento questo di utilità quotidiana apparentemente banale, per un rapporto di contiguità logica.

 

Emmanuele Panzarini, NEW LAND, site-specific land art installation, Deltarte il Delta della creatività 2014 (solo exhibition), Parco Comunale Giocomo Matteotti, Porto Tolle all rights reserved © Emmanuele Panzarini
NEW LAND, Emmanuele Panzarini site-specific land art installation, Deltarte il Delta della creatività 2014 (solo exhibition), Parco Comunale Giocomo Matteotti, Porto Tolle.   All rights reserved © Emmanuele Panzarini.

 

Successivamente sperimentando alcune soluzioni tecniche e artistiche con gli ombrelli avanzati nasce il lavoro Waves.

 Questo progetto venne selezionato per la Biennale di Soncino in provincia di Cremona. All’interno della Rocca Sforzesca, mi era stata riservata un’intera sala nel seminterrato del castello, dove ho collocato una distesa di ombrelli blu che rivreavano il movimento delle onde del mare. In quell’occasione non si trattava solo di un’esperienza visiva ma anche sonora. C’erano delle casse audio dalle quali veniva trasmesso il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli. Il visitatore era invitato a passare al centro dell’installazione e “immergersi” in un’esperienza sensoriale molto particolare.

L’opera Waves è stata inoltre selezionata per un’esposizione a Firenze.

Questa volta però all’aperto, presso la Piazza Gino Bartali. Rimodulando la disposizione degli ombrelli, il lavoro rappresentava diversi cerchi concentrici che si amplificavano verso l’esterno. Così come l’onda si propaga nello spazio, modificando e trascinando con sé tutto ciò con cui viene a contatto, allo stesso modo l’arte si fa strumento di cambiamento. Al suo passaggio essa “cattura” il pubblico.

Floating Flowers è l’opera più recente.

In Francia, la città di Annecy, come un fiore in primavera, rivela il suo splendore in estate. Le temperature si alzano e i turisti affollano le piccole strade del centro. L’installazione ha reso omaggio al fiume Thiou, da cui la città francese, anche soprannominata la Venezia delle Alpi, si è sviluppata nel corso della storia. Lungo il corso d’acqua, le ninfe gialle galleggianti dell’installazione hanno trasformato il centro storico in un luogo suggestivo e particolare.  L’intento era anche quello di ricordare che una città, come la natura stessa, nasce dall’acqua, fonte primaria di vita.

 

Una delle opere che più mi ha colpita è Life Choices, in quanto la tematica è molto attuale. Potresti spiegarmi meglio il suo significato?

In quell’occasione fui direttamente contattato dal curatore del progetto. Il suo intento era quello di realizzare un percorso che avrebbe coinvolto più artisti. Questi, attraverso le loro opere infatti, avrebbero dovuto animare alcune tappe dell’hinterland milanese. L’obiettivo del progetto era quello di favorire l’attività culturale ed espositiva degli artisti nel contesto delle cascine agricole collocate al di fuori del territorio urbano.

Ho immaginato un’opera attraverso la quale il pubblico poteva entrare in contatto con la natura stessa. Questo fu possibile grazie alla realizzazione di tre solchi nel terreno che convergevano in un unico punto al centro. L’intervento rappresentava la condizione nella quale ognuno di noi, nella vita quotidiana, si può trovare quando deve prendere una decisione importante in ambito famigliare, affettivo o lavorativo. Il visitatore era invitato a percorrere uno dei tre solchi scavati nel terreno. Una volta al centro dell’opera, per continuare il proprio cammino, doveva scegliere se andare a destra o a sinistra.

L’opera di land art testimoniava come una volta scelta la strada da percorrere, il punto di arrivo era opposto a quello che sarebbe potuto essere se la scelta fosse stata diversa.

Come spesso accade, l’idea del progetto subisce quasi sempre dei cambiamenti nel momento della sua realizzazione concreta. Così è accaduto anche per quest’opera, risultando alla fine più interessante dell’idea iniziale.

LIFE CHOICES, Emmanuele Panzarini site-specific, land art installation, Arte in Cascina (solo exhibition), Cascina Guzzafame, Gaggiano all rights reserved © Emmanuele Panzarini
LIFE CHOICES, Emmanuele Panzarini site-specific, land art installation, Arte in Cascina (solo exhibition), Cascina Guzzafame, Gaggiano.
All rights reserved © Emmanuele Panzarini

 

Uno dei tuoi ultimi progetti è Wooden Cube. Vorresti spiegare maggiormente nel dettaglio la tua operazione?

A Vistabella, una piccola cittadina in provincia di Castellon, in Spagna, al confine con il Parco Naturale di Penyagolosa ho realizzato un’operazione di Land art. A causa delle restrizioni dell’area, non era possibile collocare le opere all’interno del parco. Si è quindi optato di inserire la mia installazione, assieme ai lavori di altri 6 artisti internazionali, all’interno di una pineta vicino al paese. E’ nato così un percorso artistico che aveva come finalità quella di mettere in relazione l’arte e la natura.

Il progetto, sviluppato in due settimane di lavoro, aveva come tema “Enclave”. Con questo concetto si vuole indicare a livello politico e geografico una parte di un territorio indipendente all’interno di uno stato più ampio.  Si tratta quindi di far convivere in uno stesso luogo due identità diverse, nelle quali vi sono forti diversità sociali e culturali. Per l’installazione ho immaginato di utilizzare un materiale semplice e naturale come il legno. In questo modo l’opera poteva dialogare in modo armonico con il contenuto paesaggistico circostante.

L’installazione rappresenta un cubo immaginario creato a partire non da un quadrato, come si potrebbe pensare normalmente. I quattro elementi che compongono l’opera infatti si sviluppano a partire da una forma triangolare. Nella nostra abituale concezione il cubo rappresenta una forma chiusa. In realtà nel mio lavoro si tratta di una struttura aperta. Il visitatore infatti poteva interagire con l’opera stessa entrando o uscendo a proprio piacimento.

Il lavoro ragiona sul significato della parola “enclave”. E lo fa attraverso la rappresentazione di una “enclave metafisica”. Questa dunque consente ai visitatori di riflettere sulle dicotomie tra spazio aperto e chiuso, dentro e fuori, noi e gli altri. Tale tematica voleva inoltre essere un invito per la piccola cittadina di Vistabella che veniva così invitata ad aprirsi al mondo esterno e a lasciarsi contaminare senza paura di perdere la propria identità.

 

WOODEN CUBE site-specific installation Enclave 2016 (group exhibition) Vistabella, Castellón (Spain). photo by Marino Darés Zapatero
WOODEN CUBE Emmanuele Panzarini, site-specific installation, Encalve 2016 (group Exhibition, Vistabella, Castellòn, Spagna). 

photo by Marino Darés Zapatero

 

Ѐ possibile sapere i tuoi progetti futuri?

Al momento sono al lavoro per due progetti diversi, ma entrambi importanti. In un caso si tratta del progetto europeo Arts’R’Public. Sviluppato attraverso residenze itineranti in quattro paesi: Francia, Germania, Marocco e Italia. Per ogni tappa vengono presentate le opere create in equipe. Per un totale di 16 artisti, 4 mentori e 32 giovani partecipanti nelle rassegne dei festival di strada dei quattro paesi. Gli obiettivi principali sono quelli di creare una forte integrazione culturale e di contestualizzare le opere d’arte nello spazio pubblico.

Diverso è il caso della mostra Jailhouse Rock. Organizzata dal curatore Guido Bartorelli, sarà visitabile dal 17 dicembre al 20 gennaio 2017 presso il Palazzo Pretorio di Cittadella (PD). La mostra si dedica all’approfondimento delle opere di tre giovani padovani e alle loro sperimentazioni artistiche. Il sottoscritto, Antonio Guiotto e Dario Lazzaretto. Come location è stata scelta una zona inusuale del palazzo: le carceri. La finalità è quella di valorizzare un’area molto particolare, troppo spesso trascurata.

Nel mio caso non esporrò una specifica opera. Ho deciso infatti di presentare un video che raccogliesse i miei ultimi interventi artistici. Questo verrà proiettato sul muro interno della cella. Lo spettatore potrà fruire delle opere guardando esclusivamente dall’esterno della stanza senza però poterci entrare fisicamente. Dunque la chiusura e l’immobilità che, in generale attribuiamo alle celle, è in questo caso sovvertita.  La prigione diventa sede della sperimentazione e della libertà che da sempre contraddistinguono l’arte.